Versione audio: https://www.youtube.com/watch?v=J5NqwJecrPM
Che bellezza, fuori, in campagna! Piena
estate: il grano tutto giallo come l'oro, l'avena verde; il fieno ammucchiato
già nei prati, e la cicogna dalle lunghe gambe rosse che gli passeggia attorno,
chiacchierando in Egiziano... — perchè l'Egiziano è la lingua che le ha
insegnato mamma Cicogna. — Di là dai campi e dai prati, ecco i boschi folti e
neri; e in mezzo ai boschi, i bei laghi azzurri e profondi. Oh, fuori, in
campagna, è una vera bellezza!
Sotto al sole caldo, c'era una volta un
vecchio castello, circondato da profondi fossati; e dal muro di cinta giù giù
sino all'acqua crescevano alte le bardane, così alte e folte, che un bambino
sarebbe potuto star ritto sotto alle foglie più grandi. Pareva d'essere nel
cuore della foresta, là sotto. E là appunto stava un'anitra, nel nido, a covare
i suoi piccoli; ma era già quasi noiata, perchè la faccenda durava da un pezzo,
e ben di rado le capitava qualche visita. Le altre anitre preferivano
diguazzare lietamente nei fossati, anzi che andarla a trovare e starsene sotto
le bardane a chiacchierare con lei.
Finalmente, un ovo si aperse, e poi un
altro, e poi un altro:
«Pip, Pip!» — fecero; e tutti gli
anatrini, belli e vivi, misero fuori il capo.
«Qua, qua!» — fece la mamma. — «Qua qua!»
— risposero i piccoli, e scapparono fuori con tutte le forze loro, e
cominciarono a guardarsi attorno, tra le foglie verdi; e la mamma li lasciò
guardare quanto volevano, perchè il verde fa bene agli occhi.
«Com'è grande il mondo!» — esclamarono
gli anitroccoli. Infatti, ora avevano molto più spazio di quando stavano chiusi
nell'ovo.
«Credete che il mondo sia tutto qui ?» —
disse la madre: «Il mondo è ben più grande: arriva, dall'altra parte del
giardino, sino al podere del parroco; là, io non ci sono ancora mai stata... Ci
siete tutti? tutti uniti, per benino?» — e fece per alzarsi: «No non siete
tutti: l'ovo più grosso è sempre qui. Quanto ci vorrà ancora? Davvero che
questa volta ne ho quasi abbastanza!» — E si rimise a covare.
«Dunque, come va?» domandò una vecchia
anitra venuta a farle visita.
«Va, che va per le lunghe con uno di
questi ovi!» — disse l'anitra che covava: «Non ci si scorge ancora nemmeno uno
screpolo. Ma bisogna tu veda gli altri. Sono i più begli anatrini ch'io abbia
mai veduti. Tutti il loro padre, quel mariuolo, che nemmeno è venuto una volta
a trovarmi!»
«Lasciami vedere quest'ovo che non vuole
scoppiare,» — replicò l'altra. «Bada a me, sarà ovo di tacchina. È toccata a me
pure una volta, e ti so dire che ho avuto il mio bel da fare con quei piccoli:
avevano una paura dell'acqua... Per quanto chiamassi e sbattessi le ali, non ne
venivo a capo. Fammi vedere. Sì, sì, è un ovo di tacchina. E tu lascialo fare,
e insegna piuttosto a nuotare agli altri piccini.»
«Oramai ci starò un altro poco,» —
rispose la mamma. «Ci sono stata tanto, che poco più, poco meno...»
«Bontà tua!» — fece la vecchia; e se ne
andò.
Finalmente, l'ovo grosso si aperse. «Pip,
pip!» — disse il figliuolo, e scappò fuori. Era grande grande e bruttissimo.
L'anitra lo guardò bene. «È terribilmente grosso,» — disse: «Nessuno degli
altri è così: fosse mai davvero un piccolo tacchino ? Si fa presto a vedere. Ma
nell'acqua ha da andare, dovessi buttarcelo dentro io, dovessi!»
Il giorno dopo, il tempo era magnifico:
il sole splendeva caldo tra il verde. Mamma Anitra fece la sua comparsa al
fossato con tutta la famiglia. Plasch! e saltò nell'acqua. «Qua, qua!» —
chiamò; e l'uno dopo l'altro gli anatrini saltarono dentro. L'acqua si richiuse
sul loro capo, ma ben presto tornarono a galla, e si misero a nuotare: le gambe
si movevano da sè, e tutti andavano benone: anche il brutto anitroccolo bigio
nuotava con gli altri.
«No, non è un tacchino,» — disse la
mamma. «Vedete come sa adoprar bene le gambe, come fila diritto! Quello è figlio
mio. In fondo, non è poi brutto, a guardarlo bene. Qua qua!» — fece poi:
«Venite ora, e imparerete a conoscere il mondo. Vi presenterò alla corte; ma
statemi sempre vicini, per non farvi schiacciare, e guardatevi dal gatto!»
E così vennero nel cortile delle anitre.
C'era un chiasso tremendo perchè due famiglie si disputavano una testa di
anguilla, la quale poi toccò al gatto.
«Vedete? così va il mondo,» — disse mamma
Anitra, e si leccò il becco, perchè anche a lei sarebbe piaciuta la testa
d'anguilla. «Ed ora, via sulle vostre gambe!» — diss'ella: «Cercate di andare
avanti, e chinate il collo dinanzi a quella vecchia anitra laggiù. È il
personaggio più ragguardevole della corte. Ha sangue spagnolo nelle vene;
epperò è così grave. Vedete? porta un nastrino rosso alla zampa; e quello è il
più grande sfarzo, la maggiore onorificenza che possa toccare ad un'anitra.
Significa che non la si vuol perdere, e che bestie ed uomini debbono
riconoscerla. Qua qua!... Via, non tenete le zampe all'indentro! Un anatrino per
bene porta le zampe all'infuori, come il babbo e la mamma. Così, vedete?
Chinate il collo, e fate: qua, qua!»
E così fecero. Ma le altre anitre, tutto
all'intorno, li esaminarono, e dissero: «Vedete qua! Anche questa truppa ci
càpita! Come se non fossimo già troppi! O che è quel brutto coso bigio laggiù!
Non possiamo tollerare una simile bruttura!» — E un'anitra gli piombò addosso,
e lo beccò sul collo.
«Lasciatelo stare,» — disse la madre:
«Non fa male a nessuno.»
«Sì, ma è così grande e così diverso dagli
altri,» — disse l'anitra che l'aveva morso, «che bisogna le buschi.»
«Avete una bella famiglia, mamma Anitra!»
— disse la vecchia col nastrino rosso alla zampa: «Sono tutti bei figliuoli,
eccetto quel povero disgraziato lì. Vorrei che poteste rifarlo.»
«Ahimè, Eccellenza, questo non è
possibile!» — disse mamma Anitra: «Non è bello, ma è di buonissima indole, e
nuota magnificamente, come tutti i suoi fratelli; starei quasi per dire che
nuota meglio. Credo che col tempo migliorerà, o, almeno, finirà di crescere. È
stato troppo nell'ovo, e per questo non è venuto bene.» — E la madre gli battè
sul dorso ed incominciò a lisciarlo. «Del resto,» — continuò, «è un maschio, e
quindi poco importa. Prevedo, anzi, che diverrà robusto; se la cava già
abbastanza bene...»
«Gli altri anatrini sono molto graziosi,»
— disse la vecchia: «Fate come se foste a casa vostra; e se per caso trovate
una testa d'anguilla, portatemela pure.»
E fecero infatti come se fossero a casa
loro.
Ma il povero anitroccolo, ch'era uscito
ultimo dall'ovo ed era tanto brutto, s'ebbe i colpi di becco, gli assalti e le
beffe delle anitre e dei polli. «È troppo grande!» — dicevano tutti; e il
tacchino, ch'era nato con gli sproni e perciò s'immaginava d'essere imperatore,
si gonfiò come un bastimento che spiegasse le vele, fece la ruota, divenne
tutto rosso nel capo e gli si avventò. Il povero anitroccolo non sapeva che
fare nè dove scappare. Si sentiva avvilito d'essere tanto brutto da servire di
zimbello a tutta la corte.
Così passarono i primi giorni, e poi andò
di male in peggio. Il povero anitroccolo era scacciato da tutti, e persino i
suoi fratelli gli usavano mille sgarbi, e dicevano: «Magari il gatto
t'ingoiasse una buona volta, brutto che sei!» E la madre sospirava: «Ah, fossi
tu lontano le mille miglia!» Le anitre lo beccavano, i polli gli si avventavano
e la ragazza della fattoria, che veniva a portare il becchime, lo respingeva
col piede.
Egli allora scappò davvero, e spiccò il
volo al di là della siepe; gli uccelli fuggirono spauriti dai cespugli e
s'alzarono nell'aria. «Ecco qua: colpa la mia bruttezza!» — pensò l'
anitroccolo; e chiuse gli occhi, ma continuò sempre a fuggire. E così arrivò
alla grande palude, dove stanno le anitre selvatiche; e là si fermò tutta la
notte, perchè era tanto stanco e tanto triste.
La mattina, le anitre si levarono e
videro il nuovo compagno: «Che razza di contadino sei mai?» — domandarono; e
l'anitroccolo si volse da tutti i lati, e salutò meglio che potè.
«Sei di una bruttezza tremenda,» —
dissero le anitre selvatiche; «ma questo a noi poco importa, pur che tu non
prenda moglie nella nostra famiglia.» — Povero disgraziato, pensava giusto a
prender moglie!... Non domandava altro se non che gli permettessero di occupare
un posticino tra i giunchi e di bere l'acqua dello stagno.
Era da due giorni nella giuncaia, quando
vennero a trovarlo due anitre selvatiche, o, per dir meglio, due anitroccoli.
Erano usciti da poco dall'ovo e perciò erano un po' monelli.
«Senti, camerata: sei d'una bruttezza
così perfetta, che sei quasi bello, e ti abbiamo preso a ben volere. Vuoi
venire con noi, e diventare uccello di passo? Poco lontano di qui, in un'altra
palude, abitano certe deliziose anitrelle selvatiche, tutte signorine da
marito, che sanno dire qua qua! con un garbo, caro
mio... Là, tu pure potrai trovare la felicità, per brutto che tu sia...»
Pim, pum! A un tratto si sentirono certi
tonfi... e i due anitrotti caddero morti nel canneto, e l'acqua divenne rossa
di sangue. Pim, pum! risonò di nuovo; e tutto lo stormo delle anitre si levò di
tra' giunchi; e si sentirono altri spari ancora. Era una grande caccia. I
cacciatori stavano tutti appostati intorno alla palude: alcuni persino
appollaiati tra i rami degli alberi, che sporgevano sopra il canneto. Il fumo
azzurrino della polvere passava a fiotti tramezzo ai rami oscuri, e si posava
lontano, sull'acqua. I cani penetrarono nella palude. Platsch, platsch! Giunchi
e canne si abbattevano da ogni lato. Che spavento fu quello per il povero
anitroccolo! Volgeva il capo, per nasconderlo sotto l'ala, quando si vide
dinanzi un terribile cane, grosso così, con la lingua che gli pendeva tutta
fuor dei denti, e gli occhi che ardevano come carboni accesi. Quando fu lì, che
con la coda quasi toccava l'anitroccolo, dischiuse i denti aguzzi e... platsch!
— se ne andò senza toccarlo.
«Dio sia ringraziato!» — sospirò quello:
«Sono tanto brutto che nemmeno il cane vuol mangiarmi!»
E così rimase quatto quatto, mentre i
pallini fischiavano tra le canne e gli spari succedevano agli spari.
Soltanto tardi nel pomeriggio tornò la
quiete, ma il povero piccino non osava ancora muoversi. Lasciò passare molte
ore prima d'arrischiarsi a guardare attorno; poi, quanto più presto potè, in
fretta e furia, lasciò la palude. Correva correva, per campi e per prati; ma
era scoppiato un temporale, ed a stento riusciva ad andare innanzi.
Verso sera giunse ad una misera
capannuccia, ridotta in uno stato così deplorevole, che rimaneva ritta per non
saper da qual parte cadere. Il vento s'era fatto tanto furioso, che l'anatrino
dovette accoccolarsi, per non esser portato via. E la furia del temporale
cresceva sempre. La povera bestiola osservò che la porta, uscita dall'uno dei
cardini, era sgangherata per modo, che dalla fessura egli avrebbe potuto
benissimo penetrare nella capanna. E così fece.
Nella capanna abitava una vecchietta, col
suo gatto e la sua gallina; il gatto, ch'essa chiamava Figlietto, sapeva far
groppone, sapeva far le fusa, e persino mandar scintille, quando, al buio, lo
si accarezzava contro pelo; la gallina aveva certe zampine, piccine piccine, e
per ciò si chiamava Gambacorta; faceva le ova d'oro, e la vecchia le voleva
bene come ad una figlia.
I,a mattina si avvidero subito del
forestiero; ed il gatto incominciò a far le fusa e la gallina a razzolare.
«Che c'è?» — domandò la vecchietta, e si
guardò attorno; ma perchè non ci vedeva bene, prese l'anitroccolo per una
grossa anitra. «Ecco un buon guadagno!» — disse: «Così, potrò avere ova
d'anitra. Pur che non sia un maschio... Bene, staremo a vedere.»
E così l'anitroccolo fu preso a prova per
tre settimane; ma ova non ne venivano.
Il gatto era il padrone di casa e la
gallina la padrona; anzi, parlando, dicevano sempre: «Noi e il mondo,» — perchè
tra loro due credevano d'essere metà del mondo, e la metà migliore,
naturalmente. All'anitroccolo pareva, a dir vero, che si potesse anche avere
un'opinione diversa; ma, questo, la gallina non lo poteva tollerare.
«Sai far l'ovo?» — domandava.
«No.»
«E allora sta' zitto!»
E il gatto domandava: «Sai far groppone?
sai far le fusa? sai mandar fuori scintille?»
«No.»
«E allora tu non puoi avere opinioni,
quando la gente savia ragiona.»
L'anitroccolo se ne stava in un cantuccio
ed era di cattivo umore. Senza volere, pensava all'aria fresca, al sole, e gli
veniva una tal voglia di tuffarsi nell'acqua, una tale smania di nuotare, che
alla fine non potè resistere e la confidò alla gallina.
«Che ti salta in mente?» — esclamò questa
«Non hai niente da fare; epperò ti prendono così strane voglie. Se tu facessi
l'ovo o le fusa, vedresti che ti passerebbero.»
«Ah, ma nuotare, che delizia!» replicava
l'anitroccolo: «Che delizia rinfrescarsi il capo sott'acqua, e saltar giù dalla
riva per tuffarsi!»
«Sì, dev'essere proprio una bella gioia!»
— disse la gallina ironicamente: «Diventi matto, ora? Domanda un po' al gatto,
ch'è il più savio tra quanti io mi conosca, se gli parrebbe un piacere saltare
nell'acqua e nuotare! Di me, non parlo... Domandalo, se vuoi, anche a Sua
Eccellenza, la nostra vecchia padrona. Più savio di lei, non c'è alcuno al
mondo. Ti pare che le possa venir voglia di nuotare, o di sentirsi richiudere
l'acqua al di sopra del capo?»
«Voi altri non mi capite!» — disse
l'anatroccolo.
«Se non ti si capisce noi, chi dunque
t'ha a capire? Non vorrai già essere più sapiente del gatto e della padrona. Di
me, ti dico, nemmeno voglio parlare. Non farmi lo schizzinoso, bambino; non ti
mettere grilli per il capo. Ringrazia il tuo Creatore per tutto il bene che ti
ha concesso. Non sei capitato in una stanza ben riparata, e in una compagnia,
dalla quale non hai se non da imparare? Ma sei un cervello sventato, e non c'è
sugo a ragionare con te. A me, tu puoi credere, perchè ti voglio bene; ti dico
certe verità che ti feriscono, ma da questo si conoscono i veri amici! Vedi
d'imparare a far l'ovo, a buttar fuori scintille e a far le fusa!»
«Credo che me n'andrò a girare il mondo,»
— disse l'anitroccolo.
«Buon pro ti faccia!» disse di rimando la
gallina.
E l'anitroccolo se ne andò. Si tuffò
nell'acqua, nuotò; ma per la sua bruttezza tutte le bestie lo scansavano.
Venne l'autunno: nel bosco le foglie
diventarono gialle e brune: la bufera le portava via, le faceva turbinare, e
su, nell'aria, il freddo diveniva sempre più intenso. Le nubi pendevano gravi
di gragnuola e di fiocchi di neve, e sulla siepe c'era un corvo che faceva
cra-cra dal freddo. Davvero che c'era da gelare solo a pensarci! E per il
povero anitroccolo furono tempi molto duri.
Una sera — il sole tramontava appunto in
tutto il suo meraviglioso splendore — sbucò fuori da' cespugli uno sciame di
grandi e magnifici uccelli, così belli come il nostro anitroccolo non ne aveva
ancora mai veduti; di una bianchezza abbagliante, con certi colli lunghi e
flessuosi. Erano cigni. Mandarono un loro verso speciale, allargarono le grandi
splendide ali, e volarono via da tutto quel gelo, verso paesi più caldi, verso
mari aperti. Volarono così alto, che il brutto anatrino provò dentro un senso
strano, mentre li guardava salire. Si mise a girare e a girare nell'acqua come
una ruota; allungò il collo verso gli uccelli, e mandò un grido così forte e
così curioso, ch'egli stesso n'ebbe paura. Non poteva cavarsi dal cuore quei
magnifici, quei beati uccelli: appena li ebbe perduti di vista, si tuffò giù
giù sino al fondo, e tornò a galla, ch'era quasi fuor di sè. Non sapeva come
quegli uccelli fossero chiamati, nè dove dirigessero il volo; ma voleva loro un
bene, un bene che non aveva ancora voluto a nessuno al mondo. Non provava
invidia: come gli sarebbe nemmeno passato per il capo di desiderare per sè una
simile bellezza? Abbastanza sarebbe stata felice, la povera brutta bestiola, se
le anitre avessero voluto tollerarla!
E l'inverno si fece così freddo, così
freddo!... L'anitroccolo doveva nuotare e nuotare senza posa per isfuggire al
gelo. Ma ogni notte il buco dove nuotava si faceva più piccino, sempre più
piccino. Era così freddo, che la superficie del ghiaccio scricchiolava.
L'anitroccolo doveva agitare continuamente le gambe, per impedire che il buco
finisse di chiudersi. Finalmente, si sentì esausto, si abbandonò lì, senza
muoversi più, e così rimase, quasi gelato, sul ghiaccio.
La mattina dopo, per tempo, venne un
contadino, e lo vide; s'accostò, spezzò il ghiaccio con uno de' suoi zoccoli di
legno, e portò l'anitroccolo a casa, a sua moglie; e lì l'anitroccolo rinvenne.
I ragazzi si provarono a giocare con lui.
Ma egli credendo che volessero fargli male, dalla gran paura volò nella secchia
del latte, così che tutto il latte schizzò per la stanza. La donna, disperata,
battè le mani, e l'anitroccolo, più spaurito ancora, via, sul vaso dov'essa
teneva in serbo il burro; e di lì, dentro la madia, in mezzo alla farina, e poi
fuori di nuovo, e su, in alto, per la camera. Immaginatevi com'era conciato! La
donna gridava e gli correva dietro con le molle, i ragazzi saltavano per la
casa, ridendo e strepitando e facendo un chiasso indiavolato. Per buona sorte,
la porta era aperta; e l'anitroccolo potè mettersi in salvo, scappando a
traverso ai cespugli, sulla neve caduta di fresco; e là rimase, così spossato,
che pareva fosse per morire.
Ma qui la storia diverrebbe proprio
troppo melanconica, se vi avessi a raccontare tutti i patimenti e la miseria,
che l'anitroccolo dovette sopportare in quel crudo inverno. Stava accoccolato
tra le canne della palude, quando il sole ridivenne caldo e splendente, e le
allodole tornarono a cantare.
Venne una magnifica primavera, ed egli
potè spiegare di nuovo le ali, ch'erano divenute più forti e lo reggevano ora
molto meglio. Prima ch'egli stesso sapesse come, si trovò in un grande
giardino, dove i meli erano in piena fioritura, dove i lillà spandevano un
dolce odore, allungando le verdi rame pendule sin sopra ai ruscelli ed ai
canali che lo traversavano. Che bellezza quel giardino! Che freschezza di
primavera! E proprio dinanzi a lui sbucarono di tra il fitto del fogliame tre
splendidi cigni candidi, e si accostarono nuotando: con le ali leggermente
arruffate, venivano scivolando agili e maestosi sull'acqua... L'anatrino
riconobbe gli splendidi animali e fu preso da una strana angoscia.
«Voglio volare sin là, presso agli
uccelli regali: mi morderanno e mi faranno morire, per avere osato, io così
brutto, accostarmi ad essi. Meglio ucciso da loro, che perseguitato dalle
anitre, beccato dai polli, respinto dalla ragazza della fattoria, per patire
poi tutto quel che ho patito durante l'inverno!» — E volò sino all'acque e poi
nuotò verso i candidi cigni, i quali accorsero ad ali spiegate. «Uccidetemi!» —
disse la povera bestiola, e chinò il capo verso lo specchio dell'acqua aspettando
la morte... Ma che cosa vide mai nell'acqua chiara? Vide sotto di sè la sua
propria immagine; e non l'immagine d'un brutto uccello tozzo e grigiastro,
orribile a vedersi; ma quella di un candido cigno.
Che importa l'esser nati nel cortile
delle anitre, quando si esce da un ovo di cigno?
Ora sì, che si sentiva perfettamente
felice, compensato di tutte le miserie e le disgrazie passate. Ora egli
comprendeva tutta la sua felicità, e sapeva apprezzare lo splendore che si
vedeva d'intorno. E i grandi cigni lo circondavano e lo lisciavano col becco.
Vennero nel giardino alcuni bambini:
gettarono pane e grano nell'acqua, ed il più piccolo gridò: «Uno di nuovo! ce
n'è uno di nuovo!» E gli altri bambini tutti contenti: «Sì, ecco che n'è venuto
un altro!» — E batterono le manine, e si misero a ballare, e corsero a chiamare
il babbo e la mamma; e buttavano pane e biscotti nell'acqua, e tutti dicevano:
«Il nuovo è il più bello di tutti, così giovane, così maestoso...» — Ed i cigni
più vecchi s'inchinavano dinanzi a lui.
Allora la timidezza lo prese: divenne
tutto vergognoso, e nascose il capo sotto l'ala; provava un certo che... non
sapeva neppur lui quel che provava. Era sin troppo beato; ma nient'affatto
superbo, perchè il cuore buono non è mai superbo. Pensava quanto era stato
perseguitato e schernito; ed ora sentiva dire da tutti ch'era il più bello tra
quei bellissimi uccelli! I rami di lillà si chinavano sull'acqua verso di lui;
il sole splendeva caldo e lo ristorava. Arricciò le penne, allungò l'esile
collo e si rallegrò dal profondo del cuore: «Non avrei mai sognata una gioia
simile, quand'ero ancora un brutto anitroccolo!»
Hans Cristian Andersen è deceduto a Copenhangen il 4 agosto 1875 pertanto il testo è provi di diritti d'autore.
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