Una donna più
bella assai del Sole,
« E più
lucente, e di maggior etade,
Mandata fu
sulla terrestre mole
Dalle celesti
lucide contrade,
Per dissipar
col suo divin fulgore
La cieca
nebbia dell'umano errore.
Mover vedeasi
in portamento altero
Il franco pie
sicura e baldanzosa,
Sereno era lo
sguardo, e insiem severo;
E stava sulla
fronte maestosa
Figlia della
virtù nobil fierezza,
Che i tardi
suoi timidi amici sprezza.
Era costei la
più lucida Dea
Del Ciel, la Verità:
fiaccola ardente
Lassuso
accesa in una man tenea,
Nell'altra un
specchio in guisa tal lucente.
Che l'imagine
mostra d'ogni oggetto
Non qual'ei
sembra, ma qual'è in effetto.
In questo se
talor si specchia il rio
Ipocrita, non
mirasi il soave
Volto, o le
mani giunte in atto pio,
«O l'umil
volger d'occhi, o l'andar grave; »
Ma cade il
manto, e appar sotto di quello
La man che
stringe e cela il reo coltello.
Mira su
questo specchio il cortigiano
Che l' aria
vuota e il fumo ai sciocchi vende;
Vedrai, che
un negro velo tra il Sovrano
E il vero merto
in mezzo alza e distende,
E il cela sì,
che il Prence in mezzo a'rai
Del dì l'ha
innanzi, e non lo vede mai.
Il filosofo
ancor, che appella insano
Colui che
l'oro cerca, e i folli onori,
Qui comparisce
un dotto ciarlatano,
Negletto ad
arte, e dagli stessi fori
Di quel
lacero manto, ond'egli vela
La vanità, la
vanità trapela.
Così d'Alcina
nel fatato ostello
Le vezzose
svanir magiche larve
Al folgorar
del portentoso anello;
Tale al
guerriero neghittoso apparve,
E balenò
d'Armida entro il giardino
Il mirabile
scudo adamantino:
Al suo primo
apparir lieti e contenti
L'accolsero i
mortali, e si piegaro
Umili a lei
davanti e reverenti;
Ma quando nel
cristallo si specchiaro,
Vedendo sì
sformato il proprio aspetto,
La cacciaron
con rabbia e con dispetto.
Rivolse
allora i passi gravi e tardi
Su per le
scale dell' auguste Corti;
Ma temendo
che innanzi ai regj sguardi
Ell'
apparisse, i cortigiani accorti
Insiem
ristretti discacciar la Dea,
Di lesa maestà
chiamata rea.
Né più colà
comparve, infìn che il pio
Leopoldo,
spogliato il regio fasto,
Lungi dal
soglio a ricercarla gio,
E vinto della
frode ogni contrasto,
Per man guidò
di mille viva al suono
La Diva, e
fé' sederla accanto al .
Ella credette
aucor trovare albergo
In mezzo a
filosofica famiglia,
Ma da ciascun
tosto voltarsi il tergo
Rimirò con
isdegno e meraviglia,
E udì che per
scolparsi in apparenza
La chiamavano
Invidia, e Maldicenza.
Di donne e
vaghi infra lo stuol galante
Allora entrò:
ma dissero ch' ell' era
Inciviltà
mostrare ad un sembiante
Vizzo e
rugoso la fatale spera;
E gentilmente
e senza villanìa
L' accomiatar
da quella compagnia.
La santa Dea
fra i miseri mortali
Più non
trovando allor atto soggiorno,
Già
disdegnosa dispiegava l’ali
Per far dal
basso mondo al ciel ricorno:
Quando un'
augusta donna a lei sen venne,
Che
dolcemente il di lei vol ratienne.
Serio, ma non
severo il volto avea,
Dolce negli
atti, e accortamente schiva,
Lento e
sospeso il cauto pie movea,
A pochi saggi
detti il labbro apriva;
I sguardi, i
gesti a misurare intesa,
Quasi temesse
altrui recare offesa.
Fermati, o
Dea, disse con dolce suono.
Frena lo
sdegno, e rasserena il ciglio,
Guardami in
volto io la Prudenza sono,
E se udrai
paziente il mio consiglio,
Quanto fosti
quaggiù finor schernita
Tanto, credilo a me, sarai gradita.
Poscia a
celar le insegna i suoi precetti
Entro d' un
velo saggiamente oscuro,
E a
inviluppare in fra i soavi detti
II ver, sì
che non sembri acerbo e duro;
Come su legno
ruvido si stende
Gomma, che
liscio e dolce al tatto il rende
D,azzurro
ammanto indi la Dea riveste.
la vago ordin
dispon le chiome bionde,
Tutta di
lieti fiori orna la veste,
Il fatai
vetro in bianco drappo asconde;
E in maschera
gentil chiuso e raccolto
Stassi il severo
maestoso volto.
Nel mondo
ella terno così mutata,
La saggia
guida avendo sempre al fianco,
Da' cui dolci
precetti ammaestrata,
Solo quando
le piacque, il drappo bianco
Dal cristallo
fatal la Diva sciolse,
E dov'essa
accennò soltanto il volse.
Lo specchio
in guisa tale ella volgea,
Che chi si
ritrovava ad esso avante,
Non la
propria figura vi scorgea,
Ma d' un'
altra persona il reo sembiante;
Onde avvenia,
che ne' difetti altrui
Qualche volta
scopriva anche i sui.
Anzi per
ischivare ogni sospetto,
Mutò il
temuto vetro in guisa tale,
Che in vece
di mostrar l' umano aspetto
La figura
pingea d'un animale;
E die la voce
e le passioni umane
Al destrier
generoso, e al fido cane.
Onde se volle
pingere un meschino
Oppresso da
un potente scellerato,
Ella dipinse
un tenero agnellino
Da un lupo
predator preso e sbranato,
O un feroce
sparvier che d' alto piomba
Sulla tenera
e timida colomba.
Narrò della
ranocchia il tradimento
Contro il
topo, insegnando a' traditori,
Che la pena
sen vien con pie non lento;
Mostrò poscia
a' poeti adulatori,
Nelle cicale,
che cantar sì forte
E che
scoppiaro alfin, la loro sorte.
Tutta la
gente in lieta fronte udiva
Le graziose e
finte istorielle;
Ed i difetti
altrui tosto scopriva
Ciascuno, e
non i proprj espressi in quelle;
O se de'
proprj sospettava, ignoti
Credeali a
ciascun altro, e a sé sol noti.
Che l' amor
proprio, deità clemente,
Dolce
sollievo a' miseri mortali,
Interpretava
ognor benignamente
Di quei finti
racconti i beni e i mali,
E con non
vista nebbia indeboli
La troppa
luce che dal vetro escìa.
Così l' uno
dell' altro si ridea,
E il derisore
stesso era deriso:
Così trovò
ricetto ancor la Dea
Ornata
alquanto, e con cambiato viso
Insegnò della
vita il buon sentiero,
E così
dilettò dicendo il vero.
Tratto da
FAVOLE DI LORENZO PIGNOTTI
scelte ad uso della gioventù
dal Sac. Prof.
CELESTINO
DURANDO
EDIZIONE QUARTA
TORINO, 1890
TIPOGRAFIA E LIBRERIA SALESIANA
Lorenzo Pignotti muore
nell'Agosto del 1812 oertanto il testo è privo di diritto d’autore.
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