lunedì 13 aprile 2020

LA FAVOLA di Lorenzo Pignotti

Versione audio: https://www.youtube.com/watch?v=boAME8NJCzQ

Una donna più bella assai del Sole,
« E più lucente, e di maggior etade,
Mandata fu sulla terrestre mole
Dalle celesti lucide contrade,
Per dissipar col suo divin fulgore
La cieca nebbia dell'umano errore.

Mover vedeasi in portamento altero
Il franco pie sicura e baldanzosa,
Sereno era lo sguardo, e insiem severo;
E stava sulla fronte maestosa
Figlia della virtù nobil fierezza,
Che i tardi suoi timidi amici sprezza.

Era costei la più lucida Dea
Del Ciel, la Verità: fiaccola ardente
Lassuso accesa in una man tenea,
Nell'altra un specchio in guisa tal lucente.
Che l'imagine mostra d'ogni oggetto
Non qual'ei sembra, ma qual'è in effetto.

In questo se talor si specchia il rio
Ipocrita, non mirasi il soave
Volto, o le mani giunte in atto pio,
«O l'umil volger d'occhi, o l'andar grave; »
Ma cade il manto, e appar sotto di quello
La man che stringe e cela il reo coltello.

Mira su questo specchio il cortigiano
Che l' aria vuota e il fumo ai sciocchi vende;
Vedrai, che un negro velo tra il Sovrano
E il vero merto in mezzo alza e distende,
E il cela sì, che il Prence in mezzo a'rai
Del dì l'ha innanzi, e non lo vede mai.

Il filosofo ancor, che appella insano
Colui che l'oro cerca, e i folli onori,
Qui comparisce un dotto ciarlatano,
Negletto ad arte, e dagli stessi fori
Di quel lacero manto, ond'egli vela
La vanità, la vanità trapela.

Così d'Alcina nel fatato ostello
Le vezzose svanir magiche larve
Al folgorar del portentoso anello;
Tale al guerriero neghittoso apparve,
E balenò d'Armida entro il giardino
Il mirabile scudo adamantino:

Al suo primo apparir lieti e contenti
L'accolsero i mortali, e si piegaro
Umili a lei davanti e reverenti;
Ma quando nel cristallo si specchiaro,
Vedendo sì sformato il proprio aspetto,
La cacciaron con rabbia e con dispetto.

Rivolse allora i passi gravi e tardi
Su per le scale dell' auguste Corti;
Ma temendo che innanzi ai regj sguardi
Ell' apparisse, i cortigiani accorti
Insiem ristretti discacciar la Dea,
Di lesa maestà chiamata rea.

Né più colà comparve, infìn che il pio
Leopoldo, spogliato il regio fasto,
Lungi dal soglio a ricercarla gio,
E vinto della frode ogni contrasto,
Per man guidò di mille viva al suono
La Diva, e fé' sederla accanto al .

Ella credette aucor trovare albergo
In mezzo a filosofica famiglia,
Ma da ciascun tosto voltarsi il tergo
Rimirò con isdegno e meraviglia,
E udì che per scolparsi in apparenza
La chiamavano Invidia, e Maldicenza.

Di donne e vaghi infra lo stuol galante
Allora entrò: ma dissero ch' ell' era
Inciviltà mostrare ad un sembiante
Vizzo e rugoso la fatale spera;
E gentilmente e senza villanìa
L' accomiatar da quella compagnia.

La santa Dea fra i miseri mortali
Più non trovando allor atto soggiorno,
Già disdegnosa dispiegava l’ali
Per far dal basso mondo al ciel ricorno:
Quando un' augusta donna a lei sen venne,
Che dolcemente il di lei vol ratienne.

Serio, ma non severo il volto avea,
Dolce negli atti, e accortamente schiva,
Lento e sospeso il cauto pie movea,
A pochi saggi detti il labbro apriva;
I sguardi, i gesti a misurare intesa,
Quasi temesse altrui recare offesa.

Fermati, o Dea, disse con dolce suono.
Frena lo sdegno, e rasserena il ciglio,
Guardami in volto io la Prudenza sono,
E se udrai paziente il mio consiglio,
Quanto fosti quaggiù finor schernita
 Tanto, credilo a me, sarai gradita.

Poscia a celar le insegna i suoi precetti
Entro d' un velo saggiamente oscuro,
E a inviluppare in fra i soavi detti
II ver, sì che non sembri acerbo e duro;
Come su legno ruvido si stende
Gomma, che liscio e dolce al tatto il rende

D,azzurro ammanto indi la Dea riveste.
la vago ordin dispon le chiome bionde,
Tutta di lieti fiori orna la veste,
Il fatai vetro in bianco drappo asconde;
E in maschera gentil chiuso e raccolto
Stassi il severo maestoso volto.

Nel mondo ella terno così mutata,
La saggia guida avendo sempre al fianco,
Da' cui dolci precetti ammaestrata,
Solo quando le piacque, il drappo bianco
Dal cristallo fatal la Diva sciolse,
E dov'essa accennò soltanto il volse.

Lo specchio in guisa tale ella volgea,
Che chi si ritrovava ad esso avante,
Non la propria figura vi scorgea,
Ma d' un' altra persona il reo sembiante;
Onde avvenia, che ne' difetti altrui
Qualche volta scopriva anche i sui.

Anzi per ischivare ogni sospetto,
Mutò il temuto vetro in guisa tale,
Che in vece di mostrar l' umano aspetto
La figura pingea d'un animale;
E die la voce e le passioni umane
Al destrier generoso, e al fido cane.

Onde se volle pingere un meschino
Oppresso da un potente scellerato,
Ella dipinse un tenero agnellino
Da un lupo predator preso e sbranato,
O un feroce sparvier che d' alto piomba
Sulla tenera e timida colomba.

Narrò della ranocchia il tradimento
Contro il topo, insegnando a' traditori,
Che la pena sen vien con pie non lento;
Mostrò poscia a' poeti adulatori,
Nelle cicale, che cantar sì forte
E che scoppiaro alfin, la loro sorte.

Tutta la gente in lieta fronte udiva
Le graziose e finte istorielle;
Ed i difetti altrui tosto scopriva
Ciascuno, e non i proprj espressi in quelle;
O se de' proprj sospettava, ignoti
Credeali a ciascun altro, e a sé sol noti.

Che l' amor proprio, deità clemente,
Dolce sollievo a' miseri mortali,
Interpretava ognor benignamente
Di quei finti racconti i beni e i mali,
E con non vista nebbia indeboli
La troppa luce che dal vetro escìa.

Così l' uno dell' altro si ridea,
E il derisore stesso era deriso:
Così trovò ricetto ancor la Dea
Ornata alquanto, e con cambiato viso
Insegnò della vita il buon sentiero,
E così dilettò dicendo il vero.





Tratto da
FAVOLE DI LORENZO PIGNOTTI
scelte ad uso della gioventù
dal Sac. Prof.
CELESTINO DURANDO
EDIZIONE QUARTA
TORINO, 1890
TIPOGRAFIA E LIBRERIA SALESIANA

Lorenzo Pignotti muore nell'Agosto del 1812 oertanto il testo è privo di diritto d’autore.

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