lunedì 13 aprile 2020

IL LEONE, L'ORSO, IL CANE di Lorenzo Pignotti

Versione audio: https://www.youtube.com/watch?v=HczsI7o2us4

O tu, cui fero a gara
Con singolar favore
Minerva a ornar la mente,
Le Grazie i detti, e la Virtude il core,
Nelle cui dolci amabili maniere
Traspar la nobil' alma e il cor gentile,
E sopra i di cui labbri
La Verità modesta, ma sicura,
Non timida, non dura,
Libera e non coperta da fallace
Manto, anche in corte osa parlare, e pince;
Signor, se le tue gravi
Cure è permesso alle loquaci Muse
D' interromper talvolta,
Queste inezie canore
Con pazienza ascolta.

Reggea degli ammali
Il pacifico regno
Un Leon, che alla gloria d' esser giusto
(Vedete che miracolo!) aspirava:
Mia giustizia amava.
E de' sudditi il dritto, e la ragione.
Quanto tai cose amar possa un Leone.
Ma come è spesso dei Sovrani l’uso,
Si nobile desio
Dall' arti de' ministri era deluso.
Stavano alla sua Corte
Bestie di varia sorte,
Di vario pelo, e di più vario umore;
Pure a opprimer concordi i più modesti
Animali, e a ingannare il lor Signore.
L’Orso con brusco aspetto,
Parlando poco in aria d' importanza.
Affettava una semplice maniera
Ruvida, ma sincera,
E nascondea sotto sì belle spoglie
Un'anima crudele.
E tiranniche e voglie.
La Volpe accorta, e destra
Di menzogne maestra,
Or con aria composta e volto grave
Or con tuono dolcissimo e soave.
Tutte a un tempo vestia le qualità;
E gentile e garbata ella sapea
Opprimere, e ingannar con civiltà.
La Tigre, il Lupo, e sopratutto il
Cane Model delle maniere cortigiane,
Che se gli par, che v' ami e v' accarezzi
Il padron, cogli orecchi e colla coda
Mugolando v'applaude, e vi fa vezzi;
Ma se poi vede un gesto, o sente un motto
Del padron verso voi meno cortese,
Ringhia, e s' avventa contro voi di botto;
Nella congiura istessa,
Da cui tuttora oppressa
Geraea de' bruti la men forte schiera,
Anche il Cane entrat'era:
E ad esso, che de' greggi e degli armenti
Il protettore in Corte esser dovea,
Quando il Leon chiedea
Come vivean contenti;
Oh se le voci lor sentir poteste!
Raggirando la coda, rispondea;
Se il contento vedeste,
Che brilla a lor sul viso! .... oh come è tutto
Degli animali il popolo felice!
Oh come ognun v' applaude e benedice!

Un dì forse sospinto e stimolato
II Leon dalla noja, che sovente
In fra le regie pompe ha di salire
Sul Trono ancor l' ardire,
Sconosciuto di Corte a un tratto escio,
E il volgo de' suoi sudditi il più basso
Di conoscer dappresso ebbe desio;
E per poter con quella buona gente
Parlar più francamente,
Lasciò le regie insegne, e di Leone
Le forti membra e il maestoso aspetto
Sotto la pelle d' un vitello ascose,
E sì ben la compose
Sul crin, sul tergo, in questo lato e in quello,
Che agli occhi di ciascun parve un vitello.
Ecco che solo, e senza l’importuno
Treno de' cortigiani
Or ne' monti, or ne' piani
Passeggia, or nel prato, or nella selva,
E va parlando a questa e a quella belva.
Ma di qual maraviglia
Carco tosto restò! di qual s' accese
Ira, quando comprese
Sotto qual giogo orribile e tiranno
Gemeano i bruti; e mentre ei si credea
Goder di tutti i sadditi l'affetto,
Udì per ogni loco
Il suo nome aborrito e maledetto!
Il gregge delle pecore tremanti
Pianger udì esser costrette all' Orso
Ad offrir d'agnelletti ancor lattanti
Per ogni settimana una dozzina,
E come ogni mattina
Di latte un gran barile
Portare a sua Eccellenza a loro tocca;
Perocché sua Eccellenza
Col latte di sciaquarsi ama la bocca.
La Volpe poi contenta era d' avere
Un grosso, pingue e tenero cappone
Ogni mattina almen per colazione.

Me itre egli udia da questo e da quel lato
De' suoi ministri le onorate imprese,
E stava mescolato
Di teneri Giovenchi in uno stuolo,
Ecco che l'Orso, e il Cane
A visitar l'armento venir vede:
Mira, che tosto il piede
Indietro tragge timida e modesta
La turba, e reverente
Fa larga piazza, e piega lor la testa.
Essi ripieni il volto
Di quella impertinente maestà,
Ch' è di tutti gl'indegni favoriti
La prima qualità,
Volgon taciti e serj in qua e in là
Il guardo imperioso,
Contenti di vedere
Su quelle basse fronti il lor potere.
L' Orso mirò frattanto
Un vitellin di latte,
Che tenerello, grasso e ben nutrito
Tosto solleticogli l’appetito.
Ci voleva un pretesto
Per confiscarlo, ma ne può mancare
A una bestia di Corte?
A un scellerato, quando egli è il più forte!
La pargoletta bestia iva muggendo
Dietro la madre, onde col suo muggito
Rompendo quel silenzio rispettoso,
In cui stavano le bestie in sua presenza,
Non mostrava d' avere
Il debito riguardo a sua Eccellenza.
In autorevol tuono allor la voce
Alzò il tiranno, e disse:
Cotesto impertinente animaletto,
Che non sa qual si debba a noi rispetto,
Conducetemi un poco alla mia tana,
Ch'io gli farò lezione,
Come trattar si deggia
Colla gente di nostra condizione.
Nasconder lo volea
La madre sua pietosa, e a mezza bocca
Il nome del Leon (quasi implorare
Il Re volesse) ardì di pronunziare.
Olà, tosto gridaro i scellerati,
Olà, non intendete?
Che mormorate, o vili? e non sapete,
Vigliacchi, impertinenti,
Che siete fatti per i nostri denti?
Se il nome del Leone
Proferire oserete un' altra volta,
Con vostro danno sentirete voi
Chi è chi vi comanda o egli, o noi.

Allor di pazienza il freno ruppe
L' ascoso Rege, le mentite spoglie
Squarciossi, e a faccia aperta e senza larve
Con un salto improvviso
Tremendo innanzi a' suoi ministri apparve.
Sbigottirò gl' iniqui, ma il Leone
Stimando, eh' uopo fosse più di fatto,
Che di querele, a loro s' avventò,
Ed ambi in un momento strangolò.

Signore, a cui del Regio Austriaco Germe.
Speme e pensier di tante genti e tante.
Commessa è l’importante
Nobile cura, tu del sacro foco
Di virtù mentre a lui riscaldi il core,
Del saggio Genitore
Mentre l'orme gli additi, ah tu gli «copri
Quanto di rado la tremante voce,
In fra la folla di color che pronti
A rigettarla sono,
La verità può spinger fino al Trono!
Digli, che il regio grado è un colorato
Vetro, che d' ogni oggetto
Trasfigura l’aspetto,
Ch' è un palagio incantato
La Corte, ove sovente
Mentre brilla il piacere e l'allegrezza,
Il fasto e la ricchezza
Lungi dal trono in fra miserie estreme
Il suddito fedele oppresso geme.




Tratto da
FAVOLE DI LORENZO PIGNOTTI
scelte ad uso della gioventù
dal Sac. Prof.
CELESTINO DURANDO
EDIZIONE QUARTA
TORINO, 1890
TIPOGRAFIA E LIBRERIA SALESIANA

Lorenzo Pignotti muore nell'Agosto del 1812 oertanto il testo è privo di diritto d’autore.

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