O tu, cui
fero a gara
Con singolar
favore
Minerva a
ornar la mente,
Le Grazie i
detti, e la Virtude il core,
Nelle cui
dolci amabili maniere
Traspar la
nobil' alma e il cor gentile,
E sopra i di
cui labbri
La Verità
modesta, ma sicura,
Non timida,
non dura,
Libera e non
coperta da fallace
Manto, anche
in corte osa parlare, e pince;
Signor, se le
tue gravi
Cure è
permesso alle loquaci Muse
D'
interromper talvolta,
Queste inezie
canore
Con pazienza
ascolta.
Reggea degli
ammali
Il pacifico regno
Un Leon, che
alla gloria d' esser giusto
(Vedete che
miracolo!) aspirava:
Mia giustizia
amava.
E de' sudditi
il dritto, e la ragione.
Quanto tai
cose amar possa un Leone.
Ma come è
spesso dei Sovrani l’uso,
Si nobile
desio
Dall' arti
de' ministri era deluso.
Stavano alla
sua Corte
Bestie di
varia sorte,
Di vario
pelo, e di più vario umore;
Pure a
opprimer concordi i più modesti
Animali, e a
ingannare il lor Signore.
L’Orso con
brusco aspetto,
Parlando poco
in aria d' importanza.
Affettava una
semplice maniera
Ruvida, ma
sincera,
E nascondea
sotto sì belle spoglie
Un'anima
crudele.
E tiranniche
e voglie.
La Volpe
accorta, e destra
Di menzogne
maestra,
Or con aria
composta e volto grave
Or con tuono
dolcissimo e soave.
Tutte a un
tempo vestia le qualità;
E gentile e
garbata ella sapea
Opprimere, e
ingannar con civiltà.
La Tigre, il
Lupo, e sopratutto il
Cane Model
delle maniere cortigiane,
Che se gli
par, che v' ami e v' accarezzi
Il padron,
cogli orecchi e colla coda
Mugolando
v'applaude, e vi fa vezzi;
Ma se poi
vede un gesto, o sente un motto
Del padron
verso voi meno cortese,
Ringhia, e s'
avventa contro voi di botto;
Nella
congiura istessa,
Da cui
tuttora oppressa
Geraea de'
bruti la men forte schiera,
Anche il Cane
entrat'era:
E ad esso,
che de' greggi e degli armenti
Il protettore
in Corte esser dovea,
Quando il
Leon chiedea
Come vivean
contenti;
Oh se le voci
lor sentir poteste!
Raggirando la
coda, rispondea;
Se il
contento vedeste,
Che brilla a
lor sul viso! .... oh come è tutto
Degli animali
il popolo felice!
Oh come ognun
v' applaude e benedice!
Un dì forse
sospinto e stimolato
II Leon dalla
noja, che sovente
In fra le
regie pompe ha di salire
Sul Trono
ancor l' ardire,
Sconosciuto
di Corte a un tratto escio,
E il volgo
de' suoi sudditi il più basso
Di conoscer
dappresso ebbe desio;
E per poter
con quella buona gente
Parlar più
francamente,
Lasciò le
regie insegne, e di Leone
Le forti
membra e il maestoso aspetto
Sotto la
pelle d' un vitello ascose,
E sì ben la
compose
Sul crin, sul
tergo, in questo lato e in quello,
Che agli
occhi di ciascun parve un vitello.
Ecco che
solo, e senza l’importuno
Treno de'
cortigiani
Or ne' monti,
or ne' piani
Passeggia, or
nel prato, or nella selva,
E va parlando
a questa e a quella belva.
Ma di qual
maraviglia
Carco tosto
restò! di qual s' accese
Ira, quando
comprese
Sotto qual
giogo orribile e tiranno
Gemeano i
bruti; e mentre ei si credea
Goder di
tutti i sadditi l'affetto,
Udì per ogni
loco
Il suo nome
aborrito e maledetto!
Il gregge
delle pecore tremanti
Pianger udì
esser costrette all' Orso
Ad offrir
d'agnelletti ancor lattanti
Per ogni
settimana una dozzina,
E come ogni
mattina
Di latte un
gran barile
Portare a sua
Eccellenza a loro tocca;
Perocché sua
Eccellenza
Col latte di
sciaquarsi ama la bocca.
La Volpe poi
contenta era d' avere
Un grosso,
pingue e tenero cappone
Ogni mattina
almen per colazione.
Me itre egli
udia da questo e da quel lato
De' suoi
ministri le onorate imprese,
E stava
mescolato
Di teneri
Giovenchi in uno stuolo,
Ecco che
l'Orso, e il Cane
A visitar
l'armento venir vede:
Mira, che
tosto il piede
Indietro
tragge timida e modesta
La turba, e
reverente
Fa larga
piazza, e piega lor la testa.
Essi ripieni
il volto
Di quella
impertinente maestà,
Ch' è di
tutti gl'indegni favoriti
La prima qualità,
Volgon taciti
e serj in qua e in là
Il guardo
imperioso,
Contenti di
vedere
Su quelle
basse fronti il lor potere.
L' Orso mirò
frattanto
Un vitellin
di latte,
Che
tenerello, grasso e ben nutrito
Tosto
solleticogli l’appetito.
Ci voleva un
pretesto
Per
confiscarlo, ma ne può mancare
A una bestia
di Corte?
A un
scellerato, quando egli è il più forte!
La pargoletta
bestia iva muggendo
Dietro la
madre, onde col suo muggito
Rompendo quel
silenzio rispettoso,
In cui
stavano le bestie in sua presenza,
Non mostrava
d' avere
Il debito
riguardo a sua Eccellenza.
In autorevol
tuono allor la voce
Alzò il
tiranno, e disse:
Cotesto
impertinente animaletto,
Che non sa
qual si debba a noi rispetto,
Conducetemi
un poco alla mia tana,
Ch'io gli
farò lezione,
Come trattar
si deggia
Colla gente
di nostra condizione.
Nasconder lo
volea
La madre sua
pietosa, e a mezza bocca
Il nome del
Leon (quasi implorare
Il Re
volesse) ardì di pronunziare.
Olà, tosto
gridaro i scellerati,
Olà, non
intendete?
Che
mormorate, o vili? e non sapete,
Vigliacchi,
impertinenti,
Che siete
fatti per i nostri denti?
Se il nome
del Leone
Proferire
oserete un' altra volta,
Con vostro
danno sentirete voi
Chi è chi vi
comanda o egli, o noi.
Allor di
pazienza il freno ruppe
L' ascoso
Rege, le mentite spoglie
Squarciossi,
e a faccia aperta e senza larve
Con un salto
improvviso
Tremendo
innanzi a' suoi ministri apparve.
Sbigottirò
gl' iniqui, ma il Leone
Stimando, eh'
uopo fosse più di fatto,
Che di
querele, a loro s' avventò,
Ed ambi in un
momento strangolò.
Signore, a
cui del Regio Austriaco Germe.
Speme e
pensier di tante genti e tante.
Commessa è
l’importante
Nobile cura,
tu del sacro foco
Di virtù
mentre a lui riscaldi il core,
Del saggio
Genitore
Mentre l'orme
gli additi, ah tu gli «copri
Quanto di
rado la tremante voce,
In fra la
folla di color che pronti
A rigettarla
sono,
La verità può
spinger fino al Trono!
Digli, che il
regio grado è un colorato
Vetro, che d'
ogni oggetto
Trasfigura
l’aspetto,
Ch' è un
palagio incantato
La Corte, ove
sovente
Mentre brilla
il piacere e l'allegrezza,
Il fasto e la
ricchezza
Lungi dal
trono in fra miserie estreme
Il suddito
fedele oppresso geme.
Tratto da
FAVOLE DI LORENZO PIGNOTTI
scelte ad uso della gioventù
dal Sac. Prof.
CELESTINO
DURANDO
EDIZIONE QUARTA
TORINO, 1890
TIPOGRAFIA E LIBRERIA SALESIANA
Lorenzo Pignotti muore
nell'Agosto del 1812 oertanto il testo è privo di diritto d’autore.
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