martedì 14 aprile 2020

I PROGETTISTI di Lorenzo Pignotti

Versione audio: https://www.youtube.com/watch?v=_D4JcrSFL4U

Ad onta dei filosofi,
Che l'umana ragione onoran tanto
Di doti si ammirande,
Il numero de’ pazzi è molto grande.
V’han de’pazzi insolenti,
V’ han de’ pazzi innocenti :
V’han de’pazzi furiosi,
Ch’ esser denno legati ;
V’ han de’ pazzi graziosi,
Che vanno accarezzati,
Che senza alzar le mani
Con detti e fatti strani,
E coll’ umor giocondo
Diverton tutto il mondo.
Ora fra questo numero
Più piacevoli pazzi io non ho visti
Di quei che son chiamati i progettisti.
Chi senza uscir di camera,
Dall’ agil fantasia portato a volo,
Scorre per 1’oceano
Dall’ uno all’ altro polo,
Senza timor del vento,
E torna a casa ricco in un momento.
Chi un canal va scavando,
Chi uno stagno asciugando,
Chi stabilisce in queste parti e in quelle
Colonie, arti novelle;
Chi un istmo romper vuole,
E con non altre spese
Che di poche parole
Arricchisce un paese.
Per costoro sia detta
Questa mia favoletta.

Visse di Costantino
Nella ricca cittade
Un turco di cervel non molto fino,
Che per fin dalla culla
Altro non fe'che il placido mestiere
Di mangiare, e di bere, e non far nulla.
Ma, morto il di lui padre, fu finita
Così comoda vita.
E bisognò trovare
Qualche via di campare.
Il buon Alì (ch'era così chiamato)
Col denaro assai scarso ritrovato
Nella cassa paterna,
Deliberò di divenir mercante:
E tutto il suo contante
In vetri egli impiegò ; questi in un'ampia
Paniera tutti pose,
E in vendita li espose;
Davanti a lor s’assise ; e mentre intanto
Compratori attendea,
Questi bei sogni entro di sè volgea.

Io questi vetri il doppio venderò
Di quel che mi costaro,
Onde il denaro mio raddoppierò ;
E nella stessa guisa ,
E comprando e vendendo,
Potrò per breve strada e non fallace
Crescere il capital quanto mi piace.
Ricco allor divenuto
Lascerò di vetraio il mestier vile ;
Un legno mercantile
Io condurrò sin nell’Egitto, e poi
Ritornerò fra noi
Con preziose merci; e già mi sembra
Di mia nave al ritorno
D'esser fatto il più ricco mercatante,
Che si trovi in Levante.
Acquistati i tesori.
S'han da cercar gli onori ;
Onde lasciata allor la mercatura, .
Un Bassà da tre code
Esser creato io voglio :
E se pieno d’ orgoglio
Il Visir Mustafà
Negare a me volesse
bella dignità ;
Ricordati, direi.
Chi fosti, e non chi sei:
Di me più vil nascesti ... e se superbo
Negasse ancor... su quell’indegna faccia
Scaricherei colla sdegnosa mano
Di mia vendetta un colpo,
E in quell’ informe ventre smisurato
Un calcio tirerei da disperato.

Il disgraziato Alì cotanto viva
S’era pinta la scena, e così vera,
Che urtò col piè furioso,
E rovesciò sul suol la sua paniera;
E con un calcio solo in un momento
Tutte gettò le sue speranze al vento.





Tratto da
FAVOLE DI LORENZO PIGNOTTI
scelte ad uso della gioventù
dal Sac. Prof.
CELESTINO DURANDO
EDIZIONE QUARTA
TORINO, 1890
TIPOGRAFIA E LIBRERIA SALESIANA

Lorenzo Pignotti muore nell'Agosto del 1812 pertanto il testo è privo di diritto d’autore.

LA LUCCIOLA di Lorenzo Pignotti

Versione audio: https://www.youtube.com/watch?v=2sKTLa5uGNQ

Già sulle penne tacite
La notte apriva il volo,
E il manto oscuro ed umido
Disteso avea sul suolo.

La vaga scena e varia
D’ ogni terrestre oggetto
Confusa era in un torbido
Ed uniforme aspetto.

Scotean l’aurette tremolo
Le molli ed umid’ali
A lusingar la placida
Quiete de’ mortali;

E a ristorar le tenere
Erbette, uscìa dal grembo
Delle notturne nuvole
Un rugiadoso nembo.

Sotto l’amiche tenebre
Per l’aer queto e ombroso
Movea dorata Lucciola
Il volo luminoso.

Sull’ ali aperte librasi,
Or s’erge, ed or s’ abbassa,
E il negro orror di lucida
Traccia segnando, passa.

Il lume incerto e instabile,
Che intorno ella diffonde
Con moto alterno e rapido
Or mostrasi, or s’asconde.

Tal se di selce rigida
Batte l'acciaro il seno,
Breve scintilla accendasi,
E subito vien meno.

Intorno a lei di semplici
Fanciulli un stuol s'aduna,
E stupido ne seguita
Il voi per l'aria bruna.

E insiem concordi giurano,
Che in paragon di quello,
Più vago mai non videsi
Nè meglio ornato augello.

Invan di piuma candida
Il canarino è cinto,
Invan d’ oro e di porpora
Il cardellino è pinto.

Or più nel buio all’aureo
Fagian non si dà loda,
Nè del pavon rammentasi
La varia occhiuta coda.

L’occhio sprezzante all’umile
Turba seguace volse
L’alato insetto, e tumidi
Detti così disciolse :

Io da mortale origine
Non sono già discesa.
La luce che circondami,
Fu su nel Cielo accesa.

Vedete là quei lucidi
Punti che chiaman stelle!
Sol perchè me somigliano,
Risplendon così belle.

Del Ciel queste che formano
Il più grato ornamento,
Altro non son che Lucciole
Del vago firmamento.

E quei che tanto brillano
Sul capo de’Regnanti,
Dalla mia luce appresero
A splendere i diamanti.

Così vaneggia ; e stupidi
I semplicetti seco
Tutta la notte traggesi
Dietro per l’aer cieco.

Ma già s’imbianca e indorasi
Il balzo d’oriente,
Già l’umid’ombre fuggono
Innanzi al sol nascente ;

Le stelle già si celano
In faccia al nuovo albore,
Già Febo il capo fulgido
Erge dall’ onde fuore.

Della superba Lucciola
Allor che fu? disparve
Ogni bellezza equivoca
E sol qual’era apparve:

Piccolo insetto sordido
Allora fu veduto,
Che d’ uopo ha delle tenebre
Per esser conosciuto.

Voi, che d’ un falso merito
» Talor, vili impostori,
» Brillate in faccia a’ semplici
» Ignari ammiratori ;

Voi, che fra gente stupida
» Nel bujo risplendete,
» Che il Sole al fin discoprasi
» Sopra di voi temete. »



Tratto da
FAVOLE DI LORENZO PIGNOTTI
scelte ad uso della gioventù
dal Sac. Prof.
CELESTINO DURANDO
EDIZIONE QUARTA
TORINO, 1890
TIPOGRAFIA E LIBRERIA SALESIANA

Lorenzo Pignotti muore nell'Agosto del 1812 pertanto il testo è privo di diritto d’autore.

lunedì 13 aprile 2020

IL LEONE, L'ORSO, IL CANE di Lorenzo Pignotti

Versione audio: https://www.youtube.com/watch?v=HczsI7o2us4

O tu, cui fero a gara
Con singolar favore
Minerva a ornar la mente,
Le Grazie i detti, e la Virtude il core,
Nelle cui dolci amabili maniere
Traspar la nobil' alma e il cor gentile,
E sopra i di cui labbri
La Verità modesta, ma sicura,
Non timida, non dura,
Libera e non coperta da fallace
Manto, anche in corte osa parlare, e pince;
Signor, se le tue gravi
Cure è permesso alle loquaci Muse
D' interromper talvolta,
Queste inezie canore
Con pazienza ascolta.

Reggea degli ammali
Il pacifico regno
Un Leon, che alla gloria d' esser giusto
(Vedete che miracolo!) aspirava:
Mia giustizia amava.
E de' sudditi il dritto, e la ragione.
Quanto tai cose amar possa un Leone.
Ma come è spesso dei Sovrani l’uso,
Si nobile desio
Dall' arti de' ministri era deluso.
Stavano alla sua Corte
Bestie di varia sorte,
Di vario pelo, e di più vario umore;
Pure a opprimer concordi i più modesti
Animali, e a ingannare il lor Signore.
L’Orso con brusco aspetto,
Parlando poco in aria d' importanza.
Affettava una semplice maniera
Ruvida, ma sincera,
E nascondea sotto sì belle spoglie
Un'anima crudele.
E tiranniche e voglie.
La Volpe accorta, e destra
Di menzogne maestra,
Or con aria composta e volto grave
Or con tuono dolcissimo e soave.
Tutte a un tempo vestia le qualità;
E gentile e garbata ella sapea
Opprimere, e ingannar con civiltà.
La Tigre, il Lupo, e sopratutto il
Cane Model delle maniere cortigiane,
Che se gli par, che v' ami e v' accarezzi
Il padron, cogli orecchi e colla coda
Mugolando v'applaude, e vi fa vezzi;
Ma se poi vede un gesto, o sente un motto
Del padron verso voi meno cortese,
Ringhia, e s' avventa contro voi di botto;
Nella congiura istessa,
Da cui tuttora oppressa
Geraea de' bruti la men forte schiera,
Anche il Cane entrat'era:
E ad esso, che de' greggi e degli armenti
Il protettore in Corte esser dovea,
Quando il Leon chiedea
Come vivean contenti;
Oh se le voci lor sentir poteste!
Raggirando la coda, rispondea;
Se il contento vedeste,
Che brilla a lor sul viso! .... oh come è tutto
Degli animali il popolo felice!
Oh come ognun v' applaude e benedice!

Un dì forse sospinto e stimolato
II Leon dalla noja, che sovente
In fra le regie pompe ha di salire
Sul Trono ancor l' ardire,
Sconosciuto di Corte a un tratto escio,
E il volgo de' suoi sudditi il più basso
Di conoscer dappresso ebbe desio;
E per poter con quella buona gente
Parlar più francamente,
Lasciò le regie insegne, e di Leone
Le forti membra e il maestoso aspetto
Sotto la pelle d' un vitello ascose,
E sì ben la compose
Sul crin, sul tergo, in questo lato e in quello,
Che agli occhi di ciascun parve un vitello.
Ecco che solo, e senza l’importuno
Treno de' cortigiani
Or ne' monti, or ne' piani
Passeggia, or nel prato, or nella selva,
E va parlando a questa e a quella belva.
Ma di qual maraviglia
Carco tosto restò! di qual s' accese
Ira, quando comprese
Sotto qual giogo orribile e tiranno
Gemeano i bruti; e mentre ei si credea
Goder di tutti i sadditi l'affetto,
Udì per ogni loco
Il suo nome aborrito e maledetto!
Il gregge delle pecore tremanti
Pianger udì esser costrette all' Orso
Ad offrir d'agnelletti ancor lattanti
Per ogni settimana una dozzina,
E come ogni mattina
Di latte un gran barile
Portare a sua Eccellenza a loro tocca;
Perocché sua Eccellenza
Col latte di sciaquarsi ama la bocca.
La Volpe poi contenta era d' avere
Un grosso, pingue e tenero cappone
Ogni mattina almen per colazione.

Me itre egli udia da questo e da quel lato
De' suoi ministri le onorate imprese,
E stava mescolato
Di teneri Giovenchi in uno stuolo,
Ecco che l'Orso, e il Cane
A visitar l'armento venir vede:
Mira, che tosto il piede
Indietro tragge timida e modesta
La turba, e reverente
Fa larga piazza, e piega lor la testa.
Essi ripieni il volto
Di quella impertinente maestà,
Ch' è di tutti gl'indegni favoriti
La prima qualità,
Volgon taciti e serj in qua e in là
Il guardo imperioso,
Contenti di vedere
Su quelle basse fronti il lor potere.
L' Orso mirò frattanto
Un vitellin di latte,
Che tenerello, grasso e ben nutrito
Tosto solleticogli l’appetito.
Ci voleva un pretesto
Per confiscarlo, ma ne può mancare
A una bestia di Corte?
A un scellerato, quando egli è il più forte!
La pargoletta bestia iva muggendo
Dietro la madre, onde col suo muggito
Rompendo quel silenzio rispettoso,
In cui stavano le bestie in sua presenza,
Non mostrava d' avere
Il debito riguardo a sua Eccellenza.
In autorevol tuono allor la voce
Alzò il tiranno, e disse:
Cotesto impertinente animaletto,
Che non sa qual si debba a noi rispetto,
Conducetemi un poco alla mia tana,
Ch'io gli farò lezione,
Come trattar si deggia
Colla gente di nostra condizione.
Nasconder lo volea
La madre sua pietosa, e a mezza bocca
Il nome del Leon (quasi implorare
Il Re volesse) ardì di pronunziare.
Olà, tosto gridaro i scellerati,
Olà, non intendete?
Che mormorate, o vili? e non sapete,
Vigliacchi, impertinenti,
Che siete fatti per i nostri denti?
Se il nome del Leone
Proferire oserete un' altra volta,
Con vostro danno sentirete voi
Chi è chi vi comanda o egli, o noi.

Allor di pazienza il freno ruppe
L' ascoso Rege, le mentite spoglie
Squarciossi, e a faccia aperta e senza larve
Con un salto improvviso
Tremendo innanzi a' suoi ministri apparve.
Sbigottirò gl' iniqui, ma il Leone
Stimando, eh' uopo fosse più di fatto,
Che di querele, a loro s' avventò,
Ed ambi in un momento strangolò.

Signore, a cui del Regio Austriaco Germe.
Speme e pensier di tante genti e tante.
Commessa è l’importante
Nobile cura, tu del sacro foco
Di virtù mentre a lui riscaldi il core,
Del saggio Genitore
Mentre l'orme gli additi, ah tu gli «copri
Quanto di rado la tremante voce,
In fra la folla di color che pronti
A rigettarla sono,
La verità può spinger fino al Trono!
Digli, che il regio grado è un colorato
Vetro, che d' ogni oggetto
Trasfigura l’aspetto,
Ch' è un palagio incantato
La Corte, ove sovente
Mentre brilla il piacere e l'allegrezza,
Il fasto e la ricchezza
Lungi dal trono in fra miserie estreme
Il suddito fedele oppresso geme.




Tratto da
FAVOLE DI LORENZO PIGNOTTI
scelte ad uso della gioventù
dal Sac. Prof.
CELESTINO DURANDO
EDIZIONE QUARTA
TORINO, 1890
TIPOGRAFIA E LIBRERIA SALESIANA

Lorenzo Pignotti muore nell'Agosto del 1812 oertanto il testo è privo di diritto d’autore.

LA FAVOLA di Lorenzo Pignotti

Versione audio: https://www.youtube.com/watch?v=boAME8NJCzQ

Una donna più bella assai del Sole,
« E più lucente, e di maggior etade,
Mandata fu sulla terrestre mole
Dalle celesti lucide contrade,
Per dissipar col suo divin fulgore
La cieca nebbia dell'umano errore.

Mover vedeasi in portamento altero
Il franco pie sicura e baldanzosa,
Sereno era lo sguardo, e insiem severo;
E stava sulla fronte maestosa
Figlia della virtù nobil fierezza,
Che i tardi suoi timidi amici sprezza.

Era costei la più lucida Dea
Del Ciel, la Verità: fiaccola ardente
Lassuso accesa in una man tenea,
Nell'altra un specchio in guisa tal lucente.
Che l'imagine mostra d'ogni oggetto
Non qual'ei sembra, ma qual'è in effetto.

In questo se talor si specchia il rio
Ipocrita, non mirasi il soave
Volto, o le mani giunte in atto pio,
«O l'umil volger d'occhi, o l'andar grave; »
Ma cade il manto, e appar sotto di quello
La man che stringe e cela il reo coltello.

Mira su questo specchio il cortigiano
Che l' aria vuota e il fumo ai sciocchi vende;
Vedrai, che un negro velo tra il Sovrano
E il vero merto in mezzo alza e distende,
E il cela sì, che il Prence in mezzo a'rai
Del dì l'ha innanzi, e non lo vede mai.

Il filosofo ancor, che appella insano
Colui che l'oro cerca, e i folli onori,
Qui comparisce un dotto ciarlatano,
Negletto ad arte, e dagli stessi fori
Di quel lacero manto, ond'egli vela
La vanità, la vanità trapela.

Così d'Alcina nel fatato ostello
Le vezzose svanir magiche larve
Al folgorar del portentoso anello;
Tale al guerriero neghittoso apparve,
E balenò d'Armida entro il giardino
Il mirabile scudo adamantino:

Al suo primo apparir lieti e contenti
L'accolsero i mortali, e si piegaro
Umili a lei davanti e reverenti;
Ma quando nel cristallo si specchiaro,
Vedendo sì sformato il proprio aspetto,
La cacciaron con rabbia e con dispetto.

Rivolse allora i passi gravi e tardi
Su per le scale dell' auguste Corti;
Ma temendo che innanzi ai regj sguardi
Ell' apparisse, i cortigiani accorti
Insiem ristretti discacciar la Dea,
Di lesa maestà chiamata rea.

Né più colà comparve, infìn che il pio
Leopoldo, spogliato il regio fasto,
Lungi dal soglio a ricercarla gio,
E vinto della frode ogni contrasto,
Per man guidò di mille viva al suono
La Diva, e fé' sederla accanto al .

Ella credette aucor trovare albergo
In mezzo a filosofica famiglia,
Ma da ciascun tosto voltarsi il tergo
Rimirò con isdegno e meraviglia,
E udì che per scolparsi in apparenza
La chiamavano Invidia, e Maldicenza.

Di donne e vaghi infra lo stuol galante
Allora entrò: ma dissero ch' ell' era
Inciviltà mostrare ad un sembiante
Vizzo e rugoso la fatale spera;
E gentilmente e senza villanìa
L' accomiatar da quella compagnia.

La santa Dea fra i miseri mortali
Più non trovando allor atto soggiorno,
Già disdegnosa dispiegava l’ali
Per far dal basso mondo al ciel ricorno:
Quando un' augusta donna a lei sen venne,
Che dolcemente il di lei vol ratienne.

Serio, ma non severo il volto avea,
Dolce negli atti, e accortamente schiva,
Lento e sospeso il cauto pie movea,
A pochi saggi detti il labbro apriva;
I sguardi, i gesti a misurare intesa,
Quasi temesse altrui recare offesa.

Fermati, o Dea, disse con dolce suono.
Frena lo sdegno, e rasserena il ciglio,
Guardami in volto io la Prudenza sono,
E se udrai paziente il mio consiglio,
Quanto fosti quaggiù finor schernita
 Tanto, credilo a me, sarai gradita.

Poscia a celar le insegna i suoi precetti
Entro d' un velo saggiamente oscuro,
E a inviluppare in fra i soavi detti
II ver, sì che non sembri acerbo e duro;
Come su legno ruvido si stende
Gomma, che liscio e dolce al tatto il rende

D,azzurro ammanto indi la Dea riveste.
la vago ordin dispon le chiome bionde,
Tutta di lieti fiori orna la veste,
Il fatai vetro in bianco drappo asconde;
E in maschera gentil chiuso e raccolto
Stassi il severo maestoso volto.

Nel mondo ella terno così mutata,
La saggia guida avendo sempre al fianco,
Da' cui dolci precetti ammaestrata,
Solo quando le piacque, il drappo bianco
Dal cristallo fatal la Diva sciolse,
E dov'essa accennò soltanto il volse.

Lo specchio in guisa tale ella volgea,
Che chi si ritrovava ad esso avante,
Non la propria figura vi scorgea,
Ma d' un' altra persona il reo sembiante;
Onde avvenia, che ne' difetti altrui
Qualche volta scopriva anche i sui.

Anzi per ischivare ogni sospetto,
Mutò il temuto vetro in guisa tale,
Che in vece di mostrar l' umano aspetto
La figura pingea d'un animale;
E die la voce e le passioni umane
Al destrier generoso, e al fido cane.

Onde se volle pingere un meschino
Oppresso da un potente scellerato,
Ella dipinse un tenero agnellino
Da un lupo predator preso e sbranato,
O un feroce sparvier che d' alto piomba
Sulla tenera e timida colomba.

Narrò della ranocchia il tradimento
Contro il topo, insegnando a' traditori,
Che la pena sen vien con pie non lento;
Mostrò poscia a' poeti adulatori,
Nelle cicale, che cantar sì forte
E che scoppiaro alfin, la loro sorte.

Tutta la gente in lieta fronte udiva
Le graziose e finte istorielle;
Ed i difetti altrui tosto scopriva
Ciascuno, e non i proprj espressi in quelle;
O se de' proprj sospettava, ignoti
Credeali a ciascun altro, e a sé sol noti.

Che l' amor proprio, deità clemente,
Dolce sollievo a' miseri mortali,
Interpretava ognor benignamente
Di quei finti racconti i beni e i mali,
E con non vista nebbia indeboli
La troppa luce che dal vetro escìa.

Così l' uno dell' altro si ridea,
E il derisore stesso era deriso:
Così trovò ricetto ancor la Dea
Ornata alquanto, e con cambiato viso
Insegnò della vita il buon sentiero,
E così dilettò dicendo il vero.





Tratto da
FAVOLE DI LORENZO PIGNOTTI
scelte ad uso della gioventù
dal Sac. Prof.
CELESTINO DURANDO
EDIZIONE QUARTA
TORINO, 1890
TIPOGRAFIA E LIBRERIA SALESIANA

Lorenzo Pignotti muore nell'Agosto del 1812 oertanto il testo è privo di diritto d’autore.