Stanca la Morte un giorno
Dalle gravi fatiche quotidiane,
E dalle stragi umane,
Qualche sollievo diedesi a cercare,
E pensò di creare
Fra li suoi più capaci
Ed abili seguaci
Il suo primo ministro,
E degli affari sui
E la somma e il poter fidare a lui.
Onde avendo intimato
Un consiglio di stato,
Fece saper, che ognuno
Che a posto sì onorifico aspirasse,
A raccontar venisse i merti suoi,
Ch'ella udirebbe, e sceglierebbe poi.
Ecco che in folto stuolo
Tutti i morbi più rei vengono a volo.
Già dall'impure fauci
Soffio spirando venenoso e rio,
Di macchie sparsa livide e funeste
S’incammina la Peste,
E la sieguono intorno dappertutto
Solitudine, orror, ruine e lutto.
Smunta, scarna, mostrando
Le nude ossa, e la pelle irrigidita,
Vien la Tisi, ed addita
I merti suoi nell'infinita schiera
Delle persone troppo delicate,
Che pria del tempo lor giunsero a sera
Non finirò, se tutti ad uno ad uno
Gli orridi membri del concilio orrendo
Di descrivere intendo.
Già si sedeano in cerchio.
Ed attendean con palpitante core
La gran decision. Morte frattanto
Gli occhi girava intorno
All’orrido soggiorno.
Dove vuota rimasa era una sede,
Come chi cerca alcuno e non lo vede ;
Ed ansiosa i lumi or da una parte,
Or dall’altra volgea,
Nè fra' suoi fidi il Medico vedea.
Alzando allora la tremenda voce
Così parlar s’udì. Veggo ben io
Che il merito più grande è il più modesto;
Ma non sarà per questo
Defraudalo del premio: io ben conosco
Quanto al Medico deggia ; egli mi serve
A spopolar la terra
Più dell’istessa peste, e della guerra.
Alzossi allora, e il Medico fu tosto
Della Morte ministro principale
Dichiarato con fremito confuso,
Che per quell'antro cupo alto rimbomba
« Al rauco suon della tartarea tromba.»
O voi che professate
Quest’arte salutar, non v'adirate:
Parla de' tempi, e de’ medici antichi
La favoletta mia.
Di voi non già, perchè chiamar vi fate,
Per nostra buona sorte.
Ministri di Natura e non di Morte.
Lorenzo Pignotti
muore nell'Agosto del 1812 pertanto il testo è privo di diritto d’autore.